Jamie Bennett

21 Settembre 2013 - 21 Ottobre 2013

Vedo questo lavoro come affermazione della mia fede nella gioielleria come cosa corporea con una conseguenza fisica. Credo che la gioielleria abbia un aspetto fisico che può funzionare come una base significativa. Questo vale sia per il nostro corpo, che per l’oggetto stesso come ‘corpo’.

Ho appena finito di leggere ‘The Portland Vase’ di Robin Brooks. Dal XVI secolo, quando è stato scoperto dentro una tomba romana, nessuno è riuscito a spiegare nè il significato nè l’identità delle immagini figurative scolpite su questo vaso romano in vetro, vecchio ormai 2000 anni. Eppure tutti sono d’accordo che si tratta di un manufatto di grande importanza storica. Quest’oggetto colpisce l’immaginazione dello spettatore con i suoi strati pieni di significato, con e senza comprensione. La cosa che ci fa guardare e meravigliare è la sua grande bellezza fisica insieme al notevole livello di maestria, la sua presenza ha garantito la nostra attenzione completa. La conseguenza e il significato non dipendono da una lettura del vaso stesso, ma come riesca a colpire la nostra mente fantasiosa.  Dipende su come speculiamo, indoviniamo e meravigliamo.

Nel suo libro ‘The Creative Mind’, Henry Bergson sostiene che il pensiero intuitivo conduca alla vera conoscenza. Questo non vuole dire che non acquisiamo conoscenza attraverso un pensiero ragionato, ma comunque la speculazione e meraviglia ci aiutano a esplorare le proprietà delle cose.

Le proprietà delle cose? Si tratta di una domanda complessa e problematica di cui è forse impossibile trovare una risposta. Nonostante questo, porsi la domanda è probabilmente una buona idea. Io penso molto spesso ai gioielli e al nostro impulso di indossarli. Gioielli come segno di bellezza e  gioielli come macchia alla fine non sono così dissimili. La gioielleria che mi interessa di più non sembra mai completa; è ne stilizzato ne deformato.  Neanche i pezzi presenti in questa raccolta sono interi, non li ho concepiti come opere ‘complete’.  Mentre lavoravo con questi pezzi, erano assemblati, tagliati a pezzi e rimontati, con lievi variazioni e slittamenti per creare un senso di movimento, o l’impressione di un lavoro in corso. Le immagini e marchi sono incompleti e a volte privi di relazioni reciproche; sono frammentati, mancano qualcosa che però sta per arrivare. Ho lavorato così per evitare un’interpretazione fisso. Quando, diversi anni fa, ho lavorato sulle serie ‘Mosaic Scenarios’ e ‘The Composed Garden’, ero più specifico riguarda le mie fonti, e le opere erano basate di più su modelli storici, formando una trama.

Queste opere invece non devono essere facili da interpretare; voglio che il lavoro sia aperto a varie interpretazioni , voglio che le frammenti di immagini che punteggiano la superficie siano uniti, ma non ordinati. Ci sono piccole particelle di lingue, termini visivi e forme disperse sulla superficie. Avanzi di collezioni e aggregazioni – ciò che Eco denomina ‘cataloghi della fantasia’. Non finalizzati, non leggibili, non incorniciati…..Among Etcetera e così via.